L’attacco di panico è uno degli esempi più lampanti del legame inscindibile presente tra corpo e mente. Chi lo ha sperimentato sa bene come in quell’esperienza così terrificante, che sembra durare un’eternità, si possa sperimentare la totale impossibilità di pensare ad altro se non alla paura di morire, impazzire o perdere il controllo, spesso in preda a sintomi corporei tanto improvvisi quanto intensi. È come se in quel momento l’integrazione tra corpo e mente vada perduta e ci si possa sperimentare come o solo corpo o solo mente.

Le palpitazioni e la tachicardia, i brividi e le vampate di calore, i tremori e la sensazione di soffocare, così come l’intenso dolore al petto che fa spesso pensare in prima battuta ad un infarto, sono dovuti ad un’improvvisa iperattivazione del sistema nervoso autonomo. Se ci fosse un pericolo nei paraggi, non so, un predatore alla ricerca della cena, avrebbe tutto più senso, ma se sei in metropolitana come tutte le mattine, non sai proprio cosa fartene di quell’intensa paura che genera i preparativi fisici per difendersi o fuggire, per cui si resta paralizzati.

A mandare ancor di più in confusione chi lo vive ripetutamente, in quello che si va a configurare come un disturbo di panico, è l’incapacità di collegare queste sensazioni a qualcosa accaduto in quel frangente o presente intorno a sé al momento dell’attacco. È un processo quasi automatico quello di evitare la situazione in cui si è scatenato il panico per cui se ad esempio si stava guidando in un tunnel allora non sarà più possibile entrarvi e così si tagliano via pezzi della propria vita fino ad arrivare in casi estremi a rimanere chiusi in casa.

Ricercare fuori la causa di un attacco di panico è come rimanere irretiti in una trappola che è stata precedentemente posizionata da noi stessi: è un evento tutto interiore per cui se si vuole evitare che si ripeta è solo internamente che ci si può rivolgere. L’incapacità di trovare una connessione tra l’attacco di panico e un proprio evento di vita è il prezzo che si paga pur di sfuggire ad una consapevolezza emotiva. Piuttosto che riconoscere, esprimere ed elaborare sentimenti eccessivamente dolorosi è preferibile perdere il legame esistente tra mente e corpo, con tutte le conseguenze del caso. È proprio per questo che l’angoscia, perdendo il suo valore di segnale d’allarme, può essere vissuta solamente attraverso il corpo.


Ancora troppo spesso purtroppo si fa ricorso al solo farmaco per “curare” gli attacchi di panico, per silenziare quello che è a tutti gli effetti un grido di aiuto di una psiche talmente tanto satura di emozioni dolorose e non pensabili da dover utilizzare il corpo per scaricarla. Ciò che non si è in grado di pensare e quindi di comunicare non può essere sotterrato chimicamente, o meglio, lo si può anche fare ma sarebbe come spegnere un sistema antincendio senza cercare di capire come mai si sia attivato.

Possiamo provare a cambiare prospettiva: l’attacco di panico è un segnale d’allarme per cui dobbiamo prendercene cura, anziché curarlo. In questo senso è possibile provare quasi un senso di gratitudine verso quei momenti così terribili che hanno permesso di liberarsi di un eccesso di angoscia.

Abbracciando questa visione è utile usare un farmaco, per non dover rinunciare a vivere serenamente la propria vita, affrontando allo stesso tempo tramite una psicoterapia quei sentimenti che fanno scattare così insistentemente il campanello d’allarme.