Per lunghi secoli il cuore è stato ritenuto il centro dei processi psichici e dell’intelletto o delle emozioni. Nell’antica religione egizia era vissuto come il fulcro della vita, della volontà, della saggezzaed era l’unico viscere lasciato nella mummia; nella Bibbia va a rappresentare la sede dell’intelligenza e del giudizio; nella tradizione islamica era considerato il luogo nascosto e segreto della coscienza. Anche Aristotele era convinto che fosse il cuore la sede dell’intelletto. Questa concezione è perdurata per molti secoli, alternandosi a quella encefalo-centrica, divenuta successivamente dominante nel pensiero nella comunità scientifica moderna, che sposta il centro dei processi psichici ed intellettivi nell’attività celebrale.

Tuttavia, l’immaginario collettivo ha conservato da quell’antica concezione cardio-centrica molte espressioni di uso comune, quali “avere il cuore duro come un sasso”; “donare o rubare il cuore”; “sentire un tuffo al cuore”, “mettersi una mano sul cuore”, “spezzare il cuore”, “cuore solitario”, “amico del cuore” e così via, a dimostrazione di quanto fosse e sia tuttora radicata l’idea che la sede delle emozioni sia realmente riconducibile al cuore.

A dar man forte a questo diffuso immaginario la recente ricerca scientifica ha dimostrato come lo stress, le emozioni, le manifestazioni psicopatologiche possano influire proprio sulla fisiologia del sistema cardiovascolare. Per di più, il trattamento delle alterazioni e o disturbi psicologici è divenuto un’area di considerevole interesse nella cardiologia clinica e nella ricerca inerente: vi sono di certo fattori psicosociali implicati nelle cardiopatie come dimostra il fatto che i soggetti “stressati” o “depressi” presentano un aumento del 50% di rischio di malattie cardiovascolari.

Uno stimolo stressante evoca una risposta nell’organismo, una reazione fisiologica, psicologica e comportamentale per fronteggiare un pericolo, per sopravvivere a difficoltà interne ed esterne e per preservare lo stato di salute. In alcuni casi, questa risposta agli stimoli stressanti può invero diventare essa stessa la causa di varie patologie fisiche ed organiche, persistendo nel tempo ed impedendo il recupero dell’omeostasi e dell’equilibrio psico-organico.

La correlazione fra tensione emotiva e sindromi coronariche acute è stata brillantemente dimostrata ad esempio durante i campionati mondiali di calcio del 2006 a Monaco, con una relazione precisa tra stress mentale ed eventi cardiaci: gli attacchi di cuore furono più frequenti nei giorni in cui le sorti della squadra tedesca erano decise ai calci di rigore piuttosto che nel giorno della finale, in cui la Germania non giocava.

Tra le tante dimostrazioni di questo specifico legame, emblematica è quella di una sindrome cardiaca, piuttosto rara e sconosciuta, che più frequentemente delle altre è associata ad eventi stressanti, fisici o psichici: la sindrome del cuore infranto o sindrome di Tako-tsubo. Questo tipo di cardiomiopatia, che sembrava inizialmente diffusa solo in Giappone, dove è stata descritta per la prima volta nei primi anni novanta, ha trovato riscontro anche nel resto del mondo e, ad oggi, rappresenta il 2 % delle diagnosi nei pazienti con sospetta sindrome coronarica acuta, “l’attacco di cuore”.

Affaticamento, dolore al torace, respiro corto, elettrocardiogramma ed enzimi cardiaci alterati: ci sono tutti i segni tipici dell’infarto, tranne il fatto che le coronarie non presentano alcuna ostruzione.

“L’attacco di cuore” è associato a un evento scatenante intenso (il più frequente è il lutto per la perdita di una persona cara), che sembra esserne il fattore precipitante, caratterizzato da un’evoluzione rapida e reversibile, raramente mortale. Lascia una conformazione cardiaca ben definita: l’apice del cuore è come se si bloccasse, mentre la base si contrae in maniera ipercinetica per cui l’immagine che ne risulta è molto simile ad un vaso usato dai pescatori giapponesi per la cattura dei polipi, il “Tako-tsubo”.

Si verifica nell’80% dei casi nelle donne, soprattutto in menopausa, ed è maggiormente diffusa tra gli operatori sanitari e coloro che esercitano professioni d’aiuto. Si evidenzia inoltre una forte correlazione con un’affettività negativa, la tendenza a sentire le emozioni solo come nocive e ad avere una visione esclusivamente negativa di sé e del mondo. Si tratta di persone che controllano le emozioni, soprattutto rabbia e paura, inibendole. Ciò provoca un aumento dell’attivazione simpatica e un incremento della pressione arteriosa. Quando in un quadro di questo tipo s’inserisce all’improvviso un evento emotivamente traumatico, si può accendere la miccia che scatena la sindrome del cuore infranto.

L’idea che un trauma, un forte dolore, un’intensa emozione spiacevole possano causare un danno cardiaco, appartiene al nostro immaginario, al nostro linguaggio, a ciò che istintivamente siamo portati a credere. In effetti la storia della letteratura è piena di opere in cui la passione, indissolubilmente legata al dolore, conduce all’attacco di cuore.

Spesso succede che la dimostrazione scientifica di un evento osservato è molto più tardiva dell’osservazione dell’evento stesso e la saggezza popolare, a volte, precede ciò che la scienza, per la sua stessa metodologia, tarda a dimostrare, ovvero che un intenso dolore psichico può provocare un evento cardiovascolare.